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LUOGHI DI INTERESSE NEI DINTORNI DA VISITARE

SIRACUSA


ITINERARI DI ORTIGIA

Fonte Aretusa

 

Nei secoli la Fonte ha subito delle trasformazioni; ad essa, rimasta fuori dalla cinta di fortificazioni, si accedeva dal piano della città al livello del mare attraverso una ripida scala. Lì sorgeva una porta, detta “Saccaria” dalla quale pare che siano penetrati i Romani nella conquista della città. La fonte, giunta con quell’aspetto fino al Cinquecento, nel 1540 fu inglobata nelle fortificazioni, quando Carlo V potenziò le strutture militari di Ortigia. Liberato nel 1847 l’invaso assunse la forma attuale. Il belvedere posto accanto alla Fonte è ciò che rimane dell’antico bastione, demolito nella seconda metà del XIX secolo.

 

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Arcivescovado

 

Le tracce dell'antico palazzo dei Vescovi sono tutt'oggi visibili nel portico e, all'interno, in una piccola cappella, entrambi di fondazione sveva, dalle possenti volte a crociera che ricordano quelle del castello Maniace e del palazzo Bellomo. Il palazzo dovette subire dei rimaneggiamenti in periodo aragonese così come ci lascia intuire la trifora triloba emersa dal paramento murario del secondo cortile. L'attuale struttura fu voluta dal Vescovo Torres nel 1618 su progetto di Andrea Vermexio. Sul timpano della trabeazione si inserisce lo stemma del vescovo. La parte centrale della facciata, incastonata tra paraste, termina in un timpano successivamente inglobato nell'attico costruito nel 1762 su progetto dell'architetto militare Luigi Dumontier. All'interno un vestibolo retto da colonne monolitiche di granito egizio aperto nel 1744, ci introduce ad un secondo cortile, in fondo al quale fa spicco, quasi una quinta teatrale, la Casa degli Esercizi fatta erigere dal vescovo Requesenz nel 1762.

 

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Castello Maniace

 

Volgendo le spalle alla mitica fonte Aretusa, possiamo scorgere la possente mole del Castello Maniace, sulla punta estrema dell’isola. L’edificio è fra i più importanti monumenti del periodo svevo e certamente quello che ancor oggi vede formulate il maggior numero di congetture. Il castello sorge su un luogo dove la tradizione narra di precedenti fortificazioni; i recenti scavi, tuttavia, non hanno portato alla luce alcuna traccia del maniero che dal condottiero bizantino Giorgio Maniace prende il nome. È probabile che le profonde escavazioni del banco roccioso fatte in età sveva per le nuove fondazioni abbiano completamente cancellato ogni traccia del probabile fortilizio preesistente...
Ma cos’era veramente il Maniace? Era davvero quella macchina da guerra che la tradizione ci tramanda? Possiamo, innanzi tutto dire, che se c’è una scienza che ha buona memoria storica, che non abbandona un sito per un altro, è proprio l’architettura militare. A Trapani la fortezza è all’estremità della città, verso il territorio e non sulla punta; a Messina è nel punto dove l’abitato incontra il territorio; ad Augusta – che ha una conformazione geografica del tutto simile a Siracusa, con due porti – il castello è posto a difesa del porto e della città. Federico II, uomo intelligentissimo, che sapeva costruire i castelli nel punto giusto, ne avrebbe mai costruito uno a Siracusa con scopi difensivi all’imboccatura del porto in posizione eccentrica rispetto alla città? Ben sapeva che la difesa di Siracusa era garantita da un lato dal mare e dall’altro da un castello ancora efficiente, il Marieth, posto sulla terraferma, all’imbocco dell’istmo per Ortigia. Per capire l’importanza strategica del sito basti pensare che proprio dal lato dove sorgeva il Marieth si diramava il complicatissimo sistema difensivo voluto da Carlo V per Siracusa.  
Anche i dati costruttivi accrescono i dubbi. Manca infatti baglio, cioè la piazza d’arme: quello spazio interno che consentiva le manovre delle macchine da guerra, le ingombranti catapulte, o trabucchi, destinate a lanciare pietre o altro. Né l’interno viene in nostro soccorso. Abbiamo detto che si trattava di una grande sala ipostila, cioè piena di crociere e di colonne che ha soltanto nel modulo centrale un prezioso cortile ma che non ha niente a che vedere con lo spazio di manovra. Le torri stesse, ingombrate all’interno dalle scale, non potevano servire a scopi difensivi. Inoltre l’assenza di strutture abitative, dei depositi per le derrate alimentari e per il munizionamento, accrescono ancor di più il fascino ed il mistero di questa imponente costruzione.

 

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Palazzo Bellomo

 

Il palazzo, oggi sede della Galleria Regionale di palazzo Bellomo, è un’importante costruzione di origine sveva: i particolari costruttivi e decorativi sono così simili al castello Maniace da poter supporre facilmente che il palazzo avesse una grande rilevanza agli occhi della committenza. L’aquila sveva posta nel concio di chiave della volta del vestibolo ne è un chiaro indizio. I successivi riadattamenti non hanno tuttavia cancellato le tracce della costruzione federiciana. 
L'aspetto originario del palazzo doveva richiamare quello delle case - torri, dalle anguste feritoie strombate aperte nella compatta cortina muraria e con il portale dall'ogiva cordonata e la lunetta cieca asimmetrico rispetto all'asse della costruzione.

 

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Palazzo Beneventano

 

Eretto, in origine, dalla famiglia Arezzo, fu sede della Camera della Regina, del Senato della città ed ospitò la Commenda Gerosolimitana della Famiglia Borgia. Nel 1778 l'immobile fu acquistato dal barone Guglielmo Beneventano. E’ da questo momento che comincia il rinnovamento dell’edificio che, dalla semplice ma potente struttura quattrocentesca, si trasformerà nel più rappresentativo palazzo dell’Ortigia barocca. I lavori di restauro iniziarono l'anno successivo e si protrassero per oltre un decennio. Nel 1788 si mise mano alle decorazioni e vi concorsero noti artisti: gli stucchi sono del palermitano Gregorio Lombardo(1788) mentre per gli affreschi e le pitture dei sopraporta fu chiamato Ermenegido Martorana (1789 e 1791); i cristalli furono fatti venire da Malta e da Venezia.
L'architetto che operò le trasformazioni fu Luciano Alì; nel prospetto principale fanno spicco il monolite con le armi gentilizie e l’epigrafe che ricorda la visita del Re Ferdinando di Borbone il quale il 25 aprile 1806 dimorò a palazzo (qui è stato ospite anche Orazio Nelson nel 1798 quando passò da Siracusa per fare rifornimento prima della battaglia di Abukir).
Forse il meglio del genio dell’Alì si apprezza all’interno, con i suoi giochi prospettici, nei chiaroscuri.
Per un vestibolo dalla volta decorata con uno stucco raffigurante il Belisario che chiede l’elemosina, si accede al primo cortile, dall’agile prospetto che richiama i modelli della facciata, con coppie di binati di colonne corinzie. L’effetto di profondità è maggiormente aumentato dalla sapiente distribuzione delle proporzioni dello scalone centrale e dei due fornici laterali che aumentano l’effetto scenografico e volumetrico. In alto, severi mori, muti guardiani, scrutano i visitatori.
La pavimentazione del cortile è un esempio unico in Ortigia: un bellissimo acciottolato bianco e nero disegna per terra un fantasioso tappeto di pietra.
I due piccoli vestiboli che fiancheggiano lo scalone centrale immettono nel secondo cortile nel quale spiccano la fontanella pensile figurata con mascheroni e la balaustra fiorita traforata del terrazzino. All’interno si apprezza per l'eleganza e la sobrietà la cappella con il pavimento in ceramica policroma.

 

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Palazzo del Senato

 

Il palazzo del Senato, sede del Municipio, conserva nei sotterranei notevoli resti di un tempio ionico del VI secolo a.C. Autore del Palazzo è G. Vermexio (1629-1634). I Vermexio, famiglia di architetti di origine iberica, stabilitasi a Siracusa nel '500, lasceranno una inconfondibile impronta nell'architettura cittadina del XVII secolo.

 

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Piazza Archimede

 

Al centro della piazza spicca la bella fontana di Diana dello scultore piceno Giulio Moschetti del 1906 che narra la leggenda di Aretusa. La ninfa è raffigurata nell’atto di fuggire da Alfeo che, con le braccia protese, cerca di afferrarla. Diana, ieraticamente al centro del gruppo, fa scudo alla giovinetta. I palazzi che vi si affacciano riassumono tutta la storia dell'isola, dal Medioevo ai nostri giorni. In senso orario incontriamo il palazzo del Banco di Sicilia, sorto nel 1928 su progetto di Salvatore Caronia, caratterizzato da un portale incorniciato da semi colonne bugnate e da un secondo ordine scandito da paraste ioniche. A Est vi è il palazzo Pupillo (1773 – 1800), con il prospetto leggermente convesso, irregolare rispetto all’asse stradale via Roma – via Dione. Il palazzo della Cassa Centrale di Risparmio V. E. è eretto sull’area dei palazzi Corvaia - già Grimaldi - e Zumbo. Il primo, opera di Giovanni Vermexio del 1628, venne danneggiato, seppure non in modo irreversibile, dall’incursione aerea alleata la notte del 15 Febbraio 1942. Il secondo, che inglobava strutture architettoniche quattrocentesche, fu abbattuto nell’autunno 1957 per far luogo al nuovo edificio progettato da Gaetano Rapisarda. La soluzione porticata del cantonale riprende il modello del distrutto edificio vermexiano. I sei pannelli decorativi in altorilievo sono opera dello scultore Salvo Monica e raffigurano i Mestieri, mentre le sculture in bronzo sono di Biagio Poidomani.

 

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Teatro Comunale di Siracusa

 

La costruzione del Teatro risale al 1872 ad opera dell'ingegnere militare Breda e realizzato dove prima sorgevano la chiesa e il monastero dell'Annunziata e il palazzo del principe della Cattolica. I materiali utilizzati per la costruzione furono gli stessi provenienti dall'abbattimento degli edifici sacri. Ben presto, però, i lavori furono interrotti a causa dell’insorgenza di gravi crepe nel prospetto. Il municipio chiese allora l’intervento dell’architetto Damiani D’Almeyda - autore del Politeama di Palermo - per eseguire le perizie. Questi propose di demolire quanto fino ad allora realizzato. Nacque così un lungo contenzioso giudiziario che si concluse con la revoca dell’incarico al Breda ed il successivo affidamento al Damiani D’Almeyda che modificò il progetto originario.
Il teatro si presentava con un aspetto imponente. 
All'esterno era presente un ampio porticato per la sosta delle carrozze e un cantonale architettonico, con una nicchia alla base e coronato da un'aquila (simbolo della città). Tuttora si possono ammirare sui prospetti dell'edificio, maschere teatrali e simboli delle muse . 
All' interno del Teatro un ampio foyer dava accesso alla direzione, al guardaroba, all'ingresso della platea, al caffè e, a sinistra e a destra, alle scale dei palchi. 
Nella sala principale che poteva ospitare 700 spettatori, erano presenti tre ordini di palchi, il loggione con le panche e un ampio palcoscenico, con il ridotto, i camerini e un'orchestra.. 
Il telone del sipario principale raffigura Dafne in un bosco popolato da ninfe a simbolo della poesia bucolica che a Siracusa con Teocrito ebbe le proprie origini. 
 Il Teatro venne inaugurato nella primavera del 1897, con la rappresentazione della "Gioconda" di Ponchielli e del "Faust " di Gounod. L’attività del teatro è stata brevissima: circa sessant’anni. Chiuso per restauri nel 1957, dopo la rappresentazione de "Il Trovatore" di Verdi, de "La Boheme di Puccini, de "La Cavalleria Rusticana di Mascagni e de "I Pagliacci di Leoncavallo.

 

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